Sunday, May 25, 2008

Unità di misurA



Perché è lo spirito romantico ad iniziare la fuga? A partire dal 1800 con la nascita e lo sviluppo del romanticismo l’uomo è guidato da una nuova forza: il sentimento. Per i romantici il sentimento assurge a ruolo guida, diviene la facoltà umana centrale: può avere una valenza oggettiva, spingendo a scandagliare la realtà.

Il romanticismo nasce da un’esigenza di liberazione rispetto al travolgente meccanicismo che ha iniziato ad investire il mondo a partire dalla rivoluzione industriale: “controllo produttivo del tempo, razionalizzazione degli spazi geografici e temporali, progressiva subordinazione della natura alle esigenze produttive ed economiche” (R. Luperini) .

Di fronte a questa situazione il romantico inizia la sua fuga; dall’aridità della mentalità capitalista cerca riparo nella natura tramite l’arte, come forza creatrice intuitiva che si pone in relazione alle forze cosmiche. La fuga, il viaggio, il movimento: divengono gli elementi costitutivi dell’esperienza artistica perché la realtà in movimento è percepita come un flusso ispiratore che porta con sé il nuovo. Si fugge la banalità e la mediocrità, il vitalismo pone in costante tensione la ricerca romantica: “La Wanderlust è un altro motivo di ispirazione [del romanticismo], cioè l’inappagabile brama di vagare, soprattutto senza meta alcuna, per fuggire tutto quanto è uniforme e comune, in attesa di visioni ed emozioni sempre nuove” (R. Bottichiari).


I meccanismi economici che regolano la società  contemporanea non sono diversi da quelli che regolavano la società nel ottocento, si sono solamente complicati e si sono fatti più sottili e quindi più spietati: la critica marxista è valida anche oggi, l’unità di misura della vita è la merce; e se Marx diceva che è il lavoro umano che dà valore a tale merce, oggi possiamo dire che è la merce che dà valore all’uomo, grazie anche al distorto impiego dei mezzi di comunicazione utilizzati per instillare una mentalità cieca del possesso. Fintantoché la persona si illude di essere libera perché può avere tutto, perde invece tutto: la sua essenza, il suo “essere uomo tra gli uomini”(U. Saba) e non uomo tra la merce. 

Il viaggio può quindi configurarsi non solo come scelta romantica di fuga, ma come condizione esistenziale che cerca nel movimento una risposta all’indifferenza della staticità della merce, una risposta che è una ricerca. L’uomo si caratterizza per la sua incessante mobilità e quindi scegliere di rimettersi “in viaggio” nella società moderna significa riappropriarsi della dimensione umana, acquisendo l’apertura verso la conoscenza che ha il viaggiatore mentre sente la vita dischiudersi di fronte a se stesso, di fronte alle possibili strade da imboccare, di fronte alla varietà che nasce e fluisce nello spostamento. 

In questo senso il viaggio può essere la nuova unità di misura della vita, come momento di coscienza del divenire: segmenti di tempo che vanno a delineare un momento unico, una sensazione di continuità e di unità che viene percepita in modo sfuggente (perché dinamico) ma che può soddisfare e aprire maggiormente la percezione alla vita. Se consideriamo il nostro vivere come una somma di viaggi, possiamo veramente percepire l’intensità crescente della nostra esperienza alla fine di ogni segmento di tempo. 

Fernando Pessoa ne ”Il libro dell’inquietudine” scrive: “E’ così difficile descrivere ciò che si sente quando si sente che si esiste veramente, e che l’anima è un entità reale, che non so quali sono le parole umane con cui si possa definirlo. Non so se ho la febbre, come sento, se ho smesso di avere la febbre di essere dormitore della vita. Si, lo ripeto, sono come un viaggiatore che all’improvviso si trovi in una città estranea senza sapere come vi è arrivato; e mi vengono in mente i casi di coloro che perdono la memoria, e sono altri per molto tempo. Sono stato un altro per molto tempo (dalla nascita e dalla coscienza), e mi sveglio ora in mezzo al ponte, affacciato sul fiume, sapendo che esisto più stabilmente di colui che sono stato finora. Ma la città mi è sconosciuta, la strade nuove, e la malattia senza rimedio. Aspetto dunque, affacciato al ponte, che passi la verità, e che io mi ristabilisca nullo e fittizio, intelligente e naturale.” 

michelle basquiat