
Den Haag.
Primo giorno, combino treni e aerei e in poche ore ci sono.
Conosco qualche giovane universitario che mi accompagna al mio nuovo appartamento.
Una stanza.
Un letto nudo.
Un cuscino Ikea da aprire ed espandere dentro ad un sacchetto.
Dentro ad altri sacchettini sopra al letto:lenzuola, federa.
Un tavolo-scrivania-desk.
Una scatola sopra al tavola. Dentro:un apribottiglie, una forchetta, un coltello, due cucchiai (non so per quale malsano motivo), un piatto, un bicchiere, un apriscatole, uno straccio, una pentola, una padella, tre cucchiai di legno.
Due finestrelle apribili verticalmente, una tenda blu sopra sembra poter coprirle.
Due lampade. Un armadio. Due cassettiere. Una mensola. Una libreria.
Due lavandini. Uno specchio. Un cestino. Due pezzi di legno attaccati al muro costellati di puntine.
Un orologio.Clock!
Tutto calcolato perfettamente. Accendo il mio computer: migliaia di connessioni wireless.
Sistemo le mie cose, parlo con chi più mi è caro ma la fame mi attanaglia.
Prendo la macchinetta fotografica ed esco.
Tre piani di scale in discesa. Fotografo la vetrata del mio building, è la cosa più bella del complesso.
Esco in maglia a maniche corte.
Fà freddo però l'idea di fare ora i tre piani in salita mi fà sopportare questa temperatura.
Il vento soffia forte amplificando i miei brividi.
Sulla mia destra un Maggiolino Wolkswagen. Ha entrambe le ruote anteriori a terra. Qualche infame non si è comportato con lui come avrebbe dovuto, non gli ha dato il rispetto che avrebbe meritato.
Cammino, attraverso la strada. Mi accorgo in tempo che sono nella corsia dei tram e mi sposto prima dell'arrivo frettoloso di uno di color arancione.
Arrivo in fondo alla strada e mi guardo intorno soddisfatto.
Un ponte passa sopra ad una corrente d'acqua, è bellissimo il ponte, adoro i ponti, mi fanno paura i ponti.
Lo attraverso. Alla mia sinistra l'Università nella quale credo passerò un bel pò di tempo.
La struttura è imponente e modernissima. E' un'opera d'arte architettonica, fremo dalla voglia di entrarci.
Ho fame però. Costeggio l'edificio. Una ragazza mi saluta da lontano, deve essere la ragazza che mi accompagnò nella nuova casa stamattina. Non so perchè fingo di non accorgermene. Almeno il primo giorno vorrei essere del tutto straniero.
Cammino avanti, ancora ponti, edifici altissimi e supermoderni mi lasciano a bocca aperta.
Per ora son le cose più belle di questa città. Edifici. Altissimi, ricchissimi di vetrate, colori vivaci, incantevoli.
Le case sono tutte di mattoni, o meglio, hanno i mattoni in rilievo, alcune grigie, la maggior parte marroni, i loro tetti sono molto spioventi, ad ogni angolo portano un camino.
Osservo le persone. L'etnia non è assolutamente definibile: scorgo cinesi, ragazzi mulatti, donne con il velo in testa, uomini di colore con le treccine, ragazzi con i capelli del mio stesso colore.
La curiosità quasi mi fà dimenticare la fame, ma risale ad un tratto alla vista di un centro commerciale grande come uno stadio, chiedo a dei ragazzi se dentro vi è un supermercato.
Scontatamente mi rispondono di sì.
Ma appena entrato non riesco a vederlo.
Salgo due piani di scale, solo profumerie e abbigliamento.
Ad un certo punto seguo un corridoio su consiglio di una signora.
Mi trovo davanti a milioni di negozi, supermercati, tutti appiccicati e attillati, tutti luminosi e vitali.
Passo davanti a McDonald's. Per un attimo la voglia di Cheesburger mi sfiora ma riesco a passare dritto ed entrare nel supermercato. Qui sono totalmente perso.
Prendo un carrello ma non si muove, ci vuole la monetina da 50 cent. Non ho la monetina da 50 cent.
La chiedo a dei signori di passaggio ma guardandomi male si allontanano indifferenti.
Chiedo alla cassiera "Can you change me some money?", aspetto oltre cinque minuti prima di essere esaudito.
Torno al carrello, ma quello che prendo è rotto e gli altri sono tutti dietro.
Non so come si dice carrello in inglese, tantomeno in olandese, mi arrampico su termini inesistenti ma in qualche modo penso di farmi capire, lei mi capisce ma non fà niente. Mi risponde con parole che non intendo.
Alla fine dò i 50 centesimi ad una signora prima che sistemi il suo carrello.
Finalmente posso fare questa benemaledetta spesa.
Compro cose da italiano:spaghetti, pomodoro, speck confezionato, una sottomarca della Philadelfia.
Cerco l'acqua ma sembrano tutte toniche.
Un tizio mi spiega che è davvero quella l'acqua, che le sue dimensioni non superano il mezzo litro.
Nè prende un pacco e le mette nel mio carrello.
Mi guardo intorno e non capisco nulla di quello che c'è scritto.
Trovo l'olio ma trovare il sale è un impresa disperata. Guardo ovunque. Non so come si chiama nè in inglese nè in olandese, non so come chiederlo, come fare, alla fine vedo una bionda e glielo chiedo all'Italianinglish...incredibilmente per mia sorpresa questa ragazza è italiana. Le comunico la mia disperazione, le spiego ciò che faccio qui senza chiederle altrettanto, le chiedo di indicarmi il sale, scopro che si dicee Souz in olandese, la prima parola che potrò ricordare dopo Marco Van Basten e Vincent Van Gogh.
Ho preso tutto. Provo a truffare la fila che si era creata, ma tutti mi richiamano all'ordine. Mi sento proprio italiano in questo momento, forse come non mi ero mai sentito....
Non vedo l'ora di uscire da quel posto da incubo, pago 11 euro, lascio il carrello e me ne vado.
Esco dal centro commerciale da un'uscita diversa. Il vento sioffia ancora più forte.
Sento ancora più freddo, mi scaldo con la borsa della spesa.
Guardo la gente, la gente ha un'aria che non mi piace, sembran tutti usciti da un quadro di Munch, non riesco a sentirmi in pace, aumento il passo della camminata, arrivo davanti alle case dell'immonzia (garbage), un'uomo che all'inizio mi sembrava un funzionario comunale, in realtà sta mordendo qualcosa che ha appena rovistato nella spazzatura...lo guardo di sfuggita ed egli mi sussurra qualcosa che non comprendo, non mi dispiace in realtà non aver capito.
Il mio pomeriggio termina qui.
Torno alla residenza.
Forse sono l'unico a vivere qui oggi.
Intorno a me camere vuote che in questi giorni si riempiranno.
Mi faccio un panino nella cucina che dovrò condividere con altri tre personaggi ancora enigmaticamente sconosciuti.
Scaldo al microonde il pane che ho comprato, sembra diventato plastica. Lo sputo, lo mando a quel paese e me ne torno a riposare un pò.
Per oggi pomeriggio ne ho abbastanza.