Wednesday, June 13, 2007

Il fragile cammino del frutto rosso

INTRO:Nel testo epico dell'Iliade, cantori detti aedi generalizzati sotto il nome di Omero, narravano azioni e vicende straordinarie per far emergere fatti e atti della realtà in cui davvero vivevano.
Questo racconto è un racconto di fantasia, incarna però sensazioni e sentimenti che, almeno dal mio punto di vista, sono soggette a tenere occupato, a volte ad opprimere, altre voltre ad esaltare il cervello sempre in movimento di noi giovani sognatori.



Chissà da dove veniva.
A chi la sua vita doveva.
Forte il pensiero alle proprie origini pungeva.
Riusciva a tormentarla lasciandola sveglia per ore.
Guardava il cielo.
Lo aveva visto migliaia di volte.
Conosceva ogni stella.
Numerosi disegni il suo cervello conservava di composizioni stellari, costellazioni immaginarie prendevan forma dal suo semplice osservare quei brillanti luminosi...
A volte pensava che volessero dirgli qualcosa di misterioso.
Che il loro disporsi non fosse casuale.
C'era forse un significato captabile dietro quella naturalezza dispositiva?
Forse c'era. Si accontentava di rimanere nel mistero.
Guardare al cielo era pensare a se stessa.
Era sentirsi parte di qualcosa di indefinito.
Passatempi migliori, per lei, non ce n'erano.
Leggende sostenevano che fosse stato un contadino a dargli la vita.
Aveva piantato il seme della pianta in cui si trovava anni fà in una collina del Marosticense.
Si diceva che fosse il primo seme che il contadino piantava. Almeno con le sue mani.
Coltivando quel terreno coltivava un sogno.
Un sogno che nacque paradossalmente con un funerale.
Quello del padre.
Il contadino era un bambino quel giorno.
Non giocava con i suoi coetanei però.
La sua dimensione era sempre stata diversa.
Il padre se lo portava a presso sempre.
Mostrava lui il proprio modo di vivere, il proprio modo per vivere.
Il bambino ascoltava incuriosito.
Capiva poco ma guardava il padre incantato.
La fragilità dei suo immaturi anni lo faceva sentire un osservatore ancora muto.
Un giorno il padre indicò il proprio terreno e gli disse:
"Questa è la tua terra. Impara ad amarla. Io l'amo. Questa terra diventerà un giardino un giorno. Questo è ciò che voglio. Questa è la tua origine. Questo sei tu."
Quelle parole rimbalzarono assiduamente nella testa del ragazzo.
Il giorno del funerale quel sogno saltò e si trasferì da una testa all'altra.
Il ragazzo divenne uomo ed era colui che per perseguire tale sogno aveva piantato l'albero in cui Lei, la ciliegia, si trovava. Secondo la leggenda era figlia di quel sogno.
Questa idea la faceva sentire bella.
Attaccata al suo ramo, quella ciliegia sapeva di aver qualcosa da raccontare, si sentiva un pò la regina della collina. Il sole splendeva ogni giorno su di lei.
Rifletteva la sua luce illuminando l'intero colle di una rossa magia godibile da chiunque passasse di lì. Ognuno sembrava meravigliato da quell'atmosfera.
Era la più bella icona del sogno del contadino, le altre ciliegie la guardavano con invidia ma la rispettavano, questi apprenzamenti ai quali era soggetta la nobilitavano.
Dentro di sè, però, sentiva che tutto ciò non era altro che apparenza.
Niente aveva deciso della propria vita.
Era nata per un sogno e un sogno era diventata per tutti.
Ma non era ancora sè stessa.
Definiva sè stessa secondo le definizioni degli altri.
Cercava un'identità che le altre ciliegie non cercavano, cercava spazio dove sviluppare il suo bisogno di mondo, il suo senso di vita, come poteva placare la sua fame di scoprire?
Aveva sentito dire che oltre quel colle, l'unico che potesse vedere, ce n'erano degli altri, c'erano le città, i palazzi, ambienti totalmente diversi.
Succhiava la linfa al suo ramo, anche questa linfa era sempre la stessa, quel sapore che aveva sempre desiderato oggi non era nulla più che noiosa routine.
Tante altre ciliegie che vivevano intorno a lei erano scomparse, nessuno sapeva dove, soltanto scomparse, forse erano scappate?
Forse avevano fatto il suo stesso pensiero?
Non poteva attendere ancora.
Iniziò a progettare la sua fuga.
Rivelatrice fuga profumata come il piacere.
Fiore esposto ai venti tanto indifeso quanto coraggioso.
Il ramo l'aveva capito.
Quante volte aveva avuto lo stesso progetto!
Quanto si pentiva di non averci creduto!
Ora la sua ciliegina preferita voleva fuggire, non avrebbe mai fatto la spia.
Condivideva in pieno il suo progetto nonostante temesse per lei...
La ciliegia non poteva esitare più.
Dette una fugace occhiata al suo albero.
Si girò velocemente e con un guizzo improvviso si liberò dal suo legame con il ramo.
Roteò su se stessa estasiata quanto sperduta.
Era libera ora.
Finalmente libera.
Voleva volare, andarsene lontano.
Volare.
Andarsene.
Volare.
Andarsene.
Tutti I giorni vissuti dal suo germogliare ad oggi le passavano davanti come in un film.
Era libera.
Finalmente libera.
Un passerotto la guardava con un ghigno misterioso, beffardamente rideva di lei.
La forza di gravità la stava attirando verso la terra.
Non volava. Perdeva quota invece.
Sentiva un’aria fresca nuova colpirla, un’aria che pareva diversa da quella che la accarezzava dolcemente nelle gornate di sole, che la scuoteva inquieta nelle giornate di violenta tempesta, che le portava gocce di fresca libertà quando dormiva cullata dal suo amato ramo.
Quest’aria sembrava voler prenderla senza in realtà prenderla.
Sembrava volerla amare per poi poterla tradire.
Ma non volava. Perdeva quota.
Guardò in alto confusa, il suo ramo era sempre più lontano.
La sua selvaggia gioia già era contaminata di malinconia.
Perdeva ancora quota.
Il suo scendere diventava secondo dopo secondo più veloce.
La sua espressione metro dopo metro più triste.
Il terreno era vicino.
Molto vicino.
Chiuse gli occhi.
Strinse I denti.
Ad un tratto il contatto.
Violentamente rude.
Ipnoticamente disperato.
Non pensava di poter trovarsi a terra.
Ora I fili d’erba erano più alti di lei.
Formiche le camminavano accanto dribblando sassolini e foglie secche.
Il suo albero la guardava triste.
La sua ciliegia non era più parte di lui.
Correndo verso il mistero si era trovata nel luogo più basso in cui la sua breve esistenza l’avesse mai vista.
Chiuse gli occhi la ciliegia.
Pensava a sè stessa e a ciò che era.
A ciò che era stata e a cosa sarebbe voluta diventare.
Improvvisamente si rese conto che l’amore del suo ramo e del suo albero valevano più di ogni mistero celato.
Che essere parte di un sistema, del quale la sua bellezza era l’emblema. era forse il sogno più grande che avesse potuto avere.
Si domandava come avesse potuto non vederlo.
Si chiedeva come la quotidianità avesse potuto farle dimenticare cos’era dentro a quel tutto.
Quanto si sentiva stupida…
Soltanto a vederlo l’albero delle sue origini le dava malinconia.
Quasi si vergognava a farsi vedere da lui.
Pensava di tenere gli occhi chiusi per sempre.
Intanto chiaccherava con il terreno.
Raccontava lui le proprie tristezze, le proprie paure, le proprie delusione, I propri sogni infranti.
Il terreno la ascoltava per ore e ore.
Sorrideva sempre.
Il buon vecchio terreno la vedeva maturata.
Intorno a lei creò una fessura.
La ciliegia piano piano scivolava inconsapevolmente all’interno della terra.
Piano, piano, timidamente si sottraeva a luce e vento.
Piano piano seguiva l’azione della propria anima.
Era sotto terra ormai.
Dal suo cuore un seme nel frattempo emergeva.
Puntava verso l’alto.
Puntava verso il cielo.
Quella ciliegia era in preda ora solamenta alla sua precedentemente rinnegata natura.
Dal suo cuore un seme puntava verso il sole.
Stava diventavando pianta ormai.
Dal suo cuore sarebbero nati nuovi frutti.
Forse sarebbe diventata la più bella pianta del frutteto.
Il suo ex ramo sorrideva felice guardandola.
Oggi la ciliegia aveva un’identità.
Forse aveva realizzatto il suo sogno.
Forse, semplicemente, aveva realizzato sè stessa.
Forse anche lei avrebbe avuto figlie del suo sogno.
Anni dopo scoprì qualcosa che la inquietò.
Le ciliegie che abbandonavano il ramo misteriosamente venivano mangiate dagli uomini.

Monday, June 04, 2007

esce per strada stasera



esce per strada stasera
lei
perchè ha bisogno di qualcosa
non sà cosa cerca
esce per strada stasera
cammina guardando il terreno
di sigarette minato
indicatrici
del suo spontaneo percorso
il suo sguardo nitido più non può
distinguere le barriere
scavalcare i limiti percettivi
cavalcare l'onda di ieri
esce per strada stasera
forse non tornerà
forse sì e uscira anche domani
potrebbe anche chiudersi per lungo tempo
è troppo presto per dire che è tardi
esce per strada stasera
non vede la strada in cui è
dissestato il suo pensiero le appare
convulso il sentimento traspare
esce per strada stasera
la vista è annebbiata
il suo pensiero lacrima
e alle luci rimbalza
la sua fantasia già da tempo
è discesa e più non si innalza
esce per strada stasera
cancellerebbe ogni minima cosa
se stessa
i fratelli
ogni cosa preziosa
si siede e non pensa
rimane
niente
che importa
pace.

Sunday, June 03, 2007

Labirinti


I miei sentimenti non son piu' nobili
paurose medie discutibili impressioni che mi impressionano
labirinti in cui la via piu' chiara sembra quella piu' nascosta e grigia
ma dolce dentro in fondo nel mezzo e' l'illusione
crema della crema piu' calda preconfezionata
profumo che toglie il fiato d'un tratto
corsa senza fiato per sopravvivere
respiro soffocato per non farsi paura
fuga dall'espressione che piu' mi soddisfa
quel liberarsi del mio contro tutto il resto
il mimetizzarmi con qualcosa piu' vero del mondo
nel chiaro che nello sfondo non e' mai mancato
e che toccarlo fa' male per quanto e' puro
e per quanto sembra incantevolmente ostinatamente idiota...

Borghesia addio.



mi scontro al perbenismo borghese
da tempo l'avevo scordato
accontanato, deriso
solo per seguire strade piu' naturali
strade instintive
strade semplici
sulle quali sedersi
per bere il dovere
o fumare lo stress
magari con la testa nel cuore
ho con il cuor sopra la testa
e' proprio qui
che la strada diventa un divano
nel quale si siedono in molti
senza far spostare nessuno
dicono la propria e se ne vanno
incuranti dei pantaloni
dei bar con le sedie preparate
delle cameriere con le magliette scollate.



mi scontro al perbenismo borghese
nasce una questione di stile
mio dio
quanto forte e' la corrente
quanto mi hanno fregato
nell'argine respiro agitato
a volte mi credo salvo
a volte invece inconsciamente trasportato
il mio cordone ombelicale
tenta di farmi ragionare
con frasi fuori luogo
ma sempre nel luogo stesso
con l'ipocrisia di ha chi non ha visto oltre
mentre tremo mi allontano
passo dopo passo
il suono della vita
mi porta fuori con la mente
impassibile mi incanta
alle sue corde mi attacco
mi annullo
non so chi e' a farmi scacco
non pongo resistenza
ma addio oggi impostato
addio falsa borghesia natale.