
Jeanne-Pierre Jeunet:
Una lunga domenica di passioni
Jeunet presenta una descrizione dell'assurdità della guerra estremamente nitida, rappresenta con maestria l'atmosfera delle trincee immerse in una bellissima scala di grigi, Bingo Crepuscolo è un universo di umano e disumano, mentre marciano verso la morte conosciamo i condannati, le loro storie, chi erano prima della Grande Guerra, cosa sono diventati in trincea.
Jeunet si ispira a”All Quiet on the Western Front” che aprì nuove piste al cinema di guerra, mettendo in bilico pero’ le credenze che l’evento bellico sia rimasta l’ultima incarnazione del popolo in maniera completamente unitaria, il conflitto cameratismo-anticameratismo è costante, parte dei protagonisti sono condannati per autolesionismo.
La dicotomia tra il pittoresco stile melodrammatico dell’amore visto da Mathilde e i momenti di realismo e di drammaticità straordinarie tipiche delle scene in trincea che richiamano negli ambienti e nel sonoro quelle dello sbarco in Normandia viste in ”Salvate il soldato Ryan” provocano un contrasto unico ai precedenti film del genere.
Un’accuratissima ricerca storica ha preceduto la lavorazione del film, un minuziosa analisi dei cinegiornali degli anni ’10(dai quali emerge per esempio la mano artificiale che viene installata al posto di quella recisa di un personaggio), il ricorso alla letteratura francese e ai film di guerra Kubrikiani.
La scelta di ambientare la storia proprio nel 1917 (l’anno della rivoluzione russa) è particolarmente significativa, in quell’anno cominciò a serpeggiare negli animi di tutti i fronti uno smarrimento di massa, e con esso il sospetto che i soldati fossero stati buttati dalle rispettive patrie su un fronte impossibile, in cui non avevano la possibilità di agire in quanto parti di un ingranaggio più grande di loro. Da qui un nascente desiderio anarchico, incarnato nella storia dal soldato che aiuta Mathilde nell’ultima parte dell’indagine, sonoramente schiaffeggiato dalla stessa quando osa inneggiare all’anarchia. Simbolici di questo stato d’incertezza gli inquietanti scambi di persone tra i vari personaggi secondari di cui Mathilde segue le tracce, che riflettono la storia vera dei tanti soldati che si appropriavano delle identità dei morti per scampare al pericolo di essere ritrovati, destinati a vivere per sempre una vita senza nome. E così anche la sorte dello stesso inconsapevole Manech sarà quella di tornare serenamente in un limbo simile a quello dello stupore infantile, causato probabilmente dai traumi delle atroci visioni oltre che dai colpi subiti da una mitragliatrice tedesca a bordo di un aereo che lo colpisce mentre incide su un albero il simbolo del suo amore con Mathilde. Il film è tenuto unito da una narrazione in terza persona, non diegetica, con una voce dolce che sembra avere sentimento nel descrivere certe crudeli scene che sono parte della vicenda e che si sostituisce spesso alla voce dei parigini a cui si rivolge Mathilde per aver informazioni sul suo Manech.
I tempi narrativi sono continuamente alternati consentendo un continuo riepilogo dei fatti, la ricerca che la giovane prosegue del proprio amato diventa, inevitabilmente, la nostra.
Colori e luci diventano la chiave di questa pellicola, che si svela e trova significato alternando l’eterno tramonto nella casa di Mathilde alle gelide sfumature della trincea.
Jeunet gioca sulle inquadrature e sul montaggio, la sua macchina da presa segue particolari traiettorie anche in alcune scene distanti dal conflitto, frequente il focalizzarsi su particolari e primi piani. Non rinuncia poi ad utilizzare tecniche famose a celebri registi del passato, come nella scena in cui Mathilde è distesa sul letto appena dopo aver goduto del massaggio al proprio corpo, l’ambiente viene eliminato lasciando un piccolo cerchio su sfondo nero contenente il sorriso della ragazza, richiamando il celebre sistema impiegato da Truffaut in “Jules & Jim”.
Amo Amelie e Mathilde...amo leiiiiii!
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