Wednesday, March 28, 2007


Jeanne-Pierre Jeunet:

Una lunga domenica di passioni



Cinque soldati vengono condannati a morte. Prima guerra mondiale. Tra la trincea tedesca e quella francese c'e' la terra di nessuno. E' lì che i 5 dovranno morire, dati in pasto al nemico. Il film racconta la storia di quei cinque. Di uno in particolare: Manech. Quello che sentiva un cuore palpitare dentro la sua mano. Quello che aveva lasciato un amore ad attenderlo, o forse molto di più, Mathilde, quell’Audrey Tautou che tanta fortuna ebbe in coppia con Jeunet né “Il favoloso mondo di Amèlie”.E il fantasma di Amèlie si aggira ovunque, a partire dal modo di muoversi della giovane attrice, ai piccoli rituali scaramantici che accompagnano le sue giornate, al modo ironico in cui vengono narrate la sua nascita e la sua infanzia. I due si dividono allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Manech parte per la Somme, Mathilde non riceve più sue notizie fino a due anni dopo, quando viene a sapere da un sergente che il ragazzo, non pensando che a lei e non sopportando più la vista delle trincee, aveva deciso di farsi sparare ad una mano per poter tornare a casa. Ma era stato subito scoperto e di conseguenza sottoposto ad un sommario processo per autolesionismo insieme agli altri quattro soldati compagni di sventure, colpevoli dello stesso “delitto”. La ragazza però si ostina a non credere alla sua morte, ed inizia così una disperata e intricatissima indagine per ritrovarlo o almeno per scoprire la verità definitiva su di lui e sui suoi compagni. La sceneggiatura del film è tratta dall’omonimo romanzo di Sebastien Japrisot, il tema trattato deriva da un’attrazione che al regista fu tramandata durante l’adolescenza da uno zio. In giovane età decise di andare a visitare l’inquietante ossario di Douaumont: ad attirarlo era in particolare la vicenda dei soldati francesi giustiziati per autolesionismo durante la Prima Guerra Mondiale, una parte di storia che i francesi vorrebbero decisamente dimenticare.

Jeunet presenta una descrizione dell'assurdità della guerra estremamente nitida, rappresenta con maestria l'atmosfera delle trincee immerse in una bellissima scala di grigi, Bingo Crepuscolo è un universo di umano e disumano, mentre marciano verso la morte conosciamo i condannati, le loro storie, chi erano prima della Grande Guerra, cosa sono diventati in trincea.

Jeunet si ispira a”All Quiet on the Western Front” che aprì nuove piste al cinema di guerra, mettendo in bilico pero’ le credenze che l’evento bellico sia rimasta l’ultima incarnazione del popolo in maniera completamente unitaria, il conflitto cameratismo-anticameratismo è costante, parte dei protagonisti sono condannati per autolesionismo.

La dicotomia tra il pittoresco stile melodrammatico dell’amore visto da Mathilde e i momenti di realismo e di drammaticità straordinarie tipiche delle scene in trincea che richiamano negli ambienti e nel sonoro quelle dello sbarco in Normandia viste in ”Salvate il soldato Ryan” provocano un contrasto unico ai precedenti film del genere.

Un’accuratissima ricerca storica ha preceduto la lavorazione del film, un minuziosa analisi dei cinegiornali degli anni ’10(dai quali emerge per esempio la mano artificiale che viene installata al posto di quella recisa di un personaggio), il ricorso alla letteratura francese e ai film di guerra Kubrikiani.

La scelta di ambientare la storia proprio nel 1917 (l’anno della rivoluzione russa) è particolarmente significativa, in quell’anno cominciò a serpeggiare negli animi di tutti i fronti uno smarrimento di massa, e con esso il sospetto che i soldati fossero stati buttati dalle rispettive patrie su un fronte impossibile, in cui non avevano la possibilità di agire in quanto parti di un ingranaggio più grande di loro. Da qui un nascente desiderio anarchico, incarnato nella storia dal soldato che aiuta Mathilde nell’ultima parte dell’indagine, sonoramente schiaffeggiato dalla stessa quando osa inneggiare all’anarchia. Simbolici di questo stato d’incertezza gli inquietanti scambi di persone tra i vari personaggi secondari di cui Mathilde segue le tracce, che riflettono la storia vera dei tanti soldati che si appropriavano delle identità dei morti per scampare al pericolo di essere ritrovati, destinati a vivere per sempre una vita senza nome. E così anche la sorte dello stesso inconsapevole Manech sarà quella di tornare serenamente in un limbo simile a quello dello stupore infantile, causato probabilmente dai traumi delle atroci visioni oltre che dai colpi subiti da una mitragliatrice tedesca a bordo di un aereo che lo colpisce mentre incide su un albero il simbolo del suo amore con Mathilde. Il film è tenuto unito da una narrazione in terza persona, non diegetica, con una voce dolce che sembra avere sentimento nel descrivere certe crudeli scene che sono parte della vicenda e che si sostituisce spesso alla voce dei parigini a cui si rivolge Mathilde per aver informazioni sul suo Manech.

I tempi narrativi sono continuamente alternati consentendo un continuo riepilogo dei fatti, la ricerca che la giovane prosegue del proprio amato diventa, inevitabilmente, la nostra.

Colori e luci diventano la chiave di questa pellicola, che si svela e trova significato alternando l’eterno tramonto nella casa di Mathilde alle gelide sfumature della trincea.

Jeunet gioca sulle inquadrature e sul montaggio, la sua macchina da presa segue particolari traiettorie anche in alcune scene distanti dal conflitto, frequente il focalizzarsi su particolari e primi piani. Non rinuncia poi ad utilizzare tecniche famose a celebri registi del passato, come nella scena in cui Mathilde è distesa sul letto appena dopo aver goduto del massaggio al proprio corpo, l’ambiente viene eliminato lasciando un piccolo cerchio su sfondo nero contenente il sorriso della ragazza, richiamando il celebre sistema impiegato da Truffaut in “Jules & Jim”.

Amo Amelie e Mathilde...amo leiiiiii!

No comments: